Il ciclo della vita e quello del mondo tra trasformazione ed apprendimento dalla storia, due pandemie che hanno scosso il mondo duemila anni e cento anni or sono.

Dimentichiamo spesso il vero significato di una famosa locuzione latina tratta dalla più ampia opera De oratore di Marco Tullio Cicerone: «Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis», «La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell'antichità».

Dal significato apparentemente banale e spesso semplicemente ricordata con «Historia magistra vitae», «la storia è maestra di vita». Dietro apparentemente ordinaria espressione, il dotto avvocato e letterato romano invita il popolo romano a fare tesoro dell’esperienza dei tempi, a ricordare che per quanto gli attori, gli sceneggiatori, i registi possano cambiare, il copione della storia è sempre il medesimo.

D’altro canto, anche in fisica, il postulato fondamentale di Lavoisier «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma» sembra ricordarci che in qualche mondo v’è ciclicità dei fenomeni e che tutto si trasforma costantemente.

Ed ecco che la storia e la trasformazione, come non mai, oggigiorno sono il comune denominatore di una pandemia globale di cui, quasi tutti i viventi, non hanno esperienza.

Come può la storia dimenticare la peste antonina del 165 d.c. che avrebbe preannunciato il declino dell’Impero Romano. L’epidemia colpì l’Impero, sotto il regno di Marco Aurelio e può essere ricostruita, con sufficiente attendibilità, precipuamente, grazie a due fattori. Il primo è collegato al fatto che l’impatto, in termini di costi umani, sembra sia stato veramente  ingente  tanto  da  condizionare  nei  secoli  seguenti sia sul piano militare, sia sul piano economico l’assetto dello Stato Romano a occidente, ma anche in oriente anche se in termini non irreversibili; il secondo motivo, per cui ci è pervenuta  una  documentazione  indiretta  dell’importanza di questo evento epidemico, è collegato al fatto che s’intrecciò, nell’arco di tempo di circa  venti  anni,  con  due  conflitti  importanti combattuti dai romani: la guerra partica, in Mesopotamia e la guerra contro gli invasori Marcomanni che si erano affacciati, pericolosamente,  ai  confini  dell’Italia,  in  Istria,  assediando Aquileia. L’evento epidemico che si registrò fu di straordinaria importanza tanto da determinare, alla fine del II secolo, una sostanziale modifica della patocenosi del mondo conosciuto. Ed è qui che occorre il primo punto ove occorre soffermarci per anticipare gli eventi facendo tesoro della storia come Cicerone insegna. Il termine patocenosi, fu introdotto da Mirko Grmek (1969), e descrive il mescolamento di malattie, presenti durante un certo periodo di tempo, all’interno di una popolazione definita, vivente nell’ambito di confini geo-grafici circoscritti. La frequenza e la distribuzione di ciascuna patologia dipende dalla frequenza e dalla distribuzione delle altre ed è in rapporto a vari fattori endogeni e condizionata da apporti esterni ed ecologici. Tutto ciò costituisce un sistema strutturale caratterizzato da dinamicità, che tende però a raggiungere un equilibrio, se l’ecosistema è stabile, ma può essere anche responsabile di lunghi episodi di evoluzione (ecco il secondo comune denominatore, la trasformazione) e di dissesti drammatici. Inoltre, ricordiamo che qualsiasi patocenosi è costituita da poche malattie molto comuni (dominanti), e da molte malattie rare.

Ma ritorniamo alla storia, nel 166 d.C. la Grecia e la Macedonia vennero contagiate, i soldati si ammalavano e morivano lungo il percorso, sulla strada di ritorno verso l’Italia e così l’epidemia si diffondeva. Galeno ci informa che era a Roma in quell’anno orribile quando la Città viene contagiata e decide di tornare nella sua Pergamo, per fuggire dal contagio. E così nella Vita Marci Antonini viene ricordato come una fotografia ad alta risoluzione “Vi fu peraltro una tale pestilenza di tale virulenza, che per portar via i cadaveri si doveva ricorrere a carrozze e carri. In quell’occasione gli Antonimi emanarono leggi se-verissime sulla sepoltura dei cadaveri e sulla costruzione dei sepolcri, sancendo tra l’altro il divieto chea chicchessia fosse consentito di costruire tombe nel luogo che volesse: divieto che è in vigore tutt’oggi. La pestilenza fece molte migliaia di vittime, molte anche tra i personaggi di alto rango, ai più illustri dei quali Antonio fece erigere statue. E tale era la sua clemenza che volle che i funerali della gente del popolo si facesse a spese dello Stato.” Nel 166 d.C., mentre le Legioni romane erano ancora impegnate ad Oriente contro i Parti e le guarnigioni posizionate ai confini del Danubio erano state gravemente indebolite con lo spostamento di una parte dell’esercito, sia per la quota degli effettivi legionari, sia per le forze ausiliarie, un gruppo di tribù della Germania settentrionale invadeva la Pannonia superiore. Questa iniziale invasione veniva controllata rapidamente dalle truppe posizionate sul limes (i confini). Ma la pendemia, nel frattempo, serpeggiava nell’Urbes ed in tutte le province romane.

Per confermare che l’epidemia esordita nel 165 d.C. fu vaiolo, purtroppo, per ora, non si sono scoperti reperti paleopatologici (mummie) che possono attestare la presenza, i n quel periodo storico di questa malattia; inoltre questa ipotesi potrebbe essere posta seriamente in dubbio da un argomento: Galeno non menziona mai, nelle persone guarite, le tipiche cicatrici indelebili, che spesso deturpavano il viso dei pazienti, rendendolo butterato e che, in seguito, furono considerate patognomoniche per la diagnosi di malattia, durante le epidemie registrate nel XVIII e XIX secolo.

E’ interessante una terracotta depositata presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che raffigura il volto maschile di un busto delle dimensioni di circa 35 cm, ove la superficie del volto è intersecata da una serie complessa di cerchietti. 

Viene però da chiedersi quali furono i provvedimenti presi per contrastare l’epidemia. Innanzitutto furono favorite iniziative di carattere religioso. Marco Aurelio fece venire da ogni parte sacerdoti ma se da un lato gli storici sono dell’opinione che questa iniziativa fosse determinata dalla credenza che la preghiera potesse allontanare gli spiriti cattivi, dall’altro c’è chi sostiene che la volontà di Marco Aurelio fosse quella di far leva sullo spirito del popolo per fronteggiare gli effetti della pandemia tra morte e, soprattutto, carestia. D’altro canto era già comune il detto a Roma “mens sana in corpore sano”, “mente sana in corpo sano”, come a dire che l’unica maniera per far fronte alla carenza di vettovagliamento fosse quella di riempirsi, di alimentarsi spiritualmente. L’epitomatore Eutropio, del IV secolo, scriveva che Quello che rendeva la crisi (delle guerre marcomanniche) più seria era il fatto che tutti gli eserciti romani perirono. Infatti l’epidemia era tale che, dopo la vittoria sui persiani, una gran parte della popolazione a Roma, in Italia e nelle province e quasi tutti i membri dell’esercito, caddero vittima del morbo. La pandemia portò nell’Ade tra i 10 ed i 18 milioni di persone, circa il 18% della popolazione dell’Impero Romano. 

Ma oltre allo Spirito, l’Imperatore convocò a Roma un sinodo non solo di sacerdoti ma di probiviri, politivi, medici, ricercatori, una centrale operativa per consigliare ogni decisione che avrebbe dovuto prendere. La lungimiranza del politico si vede nell’apertura nel lasciarsi consigliare ma uomini con competenze ma dotati altresì di lealtà. Ma deve desistere l’arroganza dell’onnipotenza, dell’onniscienza che, d’invero, è tipica anche di certi uomini di oggigiorno. Soprattutto Marco Aurelio li munì di deleghe, diede loro potere di prendere decisioni nei settori di competenza così da velocizzare l’azione di risposta alla malattia. 

Pensò poi alla recessione economica che sarebbe venuta ed iniziò vendendo le proprietà dell’Impero per aiutare le fasce più deboli della società. Non di meno decise di vendere le possessioni personali e quelle di sua moglie Faustina Minore, madre dell’Imperatore Commodo. Pagò i debiti del governo e molti dei funerali della sua gente, ricordando che l’anima di chi muore va traghettata verso l’aldilà, ma quella di chi resta deve essere in pace sulla Terra. 

Personalmente partecipò in prima linea, con precauzioni, ma sempre con la sua gente. Insomma, quello che oggigiorno chiameremmo un vero leader, quello senza il quale da una terra arsa non può ritornare a germogliare nulla. Prese il suo popolo, la società romana in braccio e la condusse verso un nuovo periodo della storia. Con difficoltà ma facendo della res publica una res populi.

 Due mila anni dopo, ancora, il mondo e l’Italia di mezzo, viene scossa da un’altra orribile pandemia, la spagnola. Fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, che fra il 1918 e il 1920 fece quattro milioni e mezzo di contagi e 600 mila morti su una popolazione di 36 milioni di abitanti, economia colpita, tensioni sociali, tutto a cavallo tra la Grande Guerra e il fascismo. Ma nel mondo decine di milioni di persone ne furono travolte con l’amara conseguenza: la morte. L'origine geografica della Spagnola è oggetto di controversia, ma una delle teorie riconduce all’Oriente. Claude Hannoun, il principale esperto dell'epidemia per l'Istituto Pasteur, affermò che probabilmente fosse un virus proveniente dalla Cina e che fosse mutato negli Stati Uniti, vicino a Boston, per poi diffondersi a Brest, in Francia, nei campi di battaglia dell'Europa, utilizzando i soldati e marinai dell'Intesa come principali diffusori.

L’Italia, nell’ottobre 1918 è stremata.

La Prima Guerra Mondiale è agli sgoccioli: prima della fine del mese ci sarà la battaglia di Vittorio Veneto, che sancirà definitivamente la sconfitta e il disfacimento dell’Impero austro-ungarico, e la vittoria italiana. Ma sono giorni difficili, per chi è al fronte come per chi è rimasto nelle città. Alla fine dell’estate sulla penisola si è abbattuta una seconda ondata di influenza spagnola, che sta facendo più vittime della guerra. Se la prima ondata del virus, nella primavera precedente, era passata quasi sottotraccia, il nuovo picco di settembre non può essere ignorato: la maggior parte dei circa 4 milioni e mezzo di contagi e 600mila morti – su una popolazione di 36 milioni di abitanti – viene colpita proprio in quelle tredici settimane da settembre a dicembre.

La situazione della spagnola degenera rapidamente, soprattutto a causa delle tardive misure prese dal Governo. E’ epoca di censura, se ne parla poco ed occorre tenere l’animo degli italiani alti, già le preoccupazioni della Prima Guerra li tenevano tramortiti.

Così, la spagnola passa in sordina, quasi a da fuoco ad una casa già bruciata. Per questo si ricorda poco, per questo trova abbondante traccia solo nei libri di epidemiologia.

Ma quando la Guerra finisce, con la pandemia ormai esplosa tanto al nord quanto al meridione d’Italia, il Primo Ministro, Vittorio Emanuele Orlando si trova costretto a vietare il suono delle campane per i funerali, soprattutto dove il morbo fa più vittime, come a Torino dove nel mese di ottobre si registrano anche 400 morti al giorno (parole di Turati, “situazione gravissima”).

La classe dirigente vuole fermare solo i servizi non essenziali, facendo lavorare a pieno regime le principali attività economico-produttive: fermare la complessa macchina statale avrebbe incalcolabili ripercussioni sull’operatività dell’esercito in un momento decisivo del conflitto. La conseguenza però è l’aumento di assembramenti all’ingresso dei negozi alimentari; nonostante la consapevolezza del pericolo, lo Stato sceglie di non aggiungere limitazioni per non aggiungere nuove ansie. 

Il Governo non ferma le fabbriche, così gli operai si muovono e con loro si muove il contagio, si moltiplicano morti. Si obbligano gli ammalati a stare in casa, e senza assistenza sanitaria, con loro se ne vanno anche i parenti conviventi.

In questo contesto, dalle ceneri di un Paese in guerra col nemico di trincea, ed in trincea contro un nemico invisibile, nella seconda metà del 1920 il fascismo si organizza in squadre paramilitari, si preoccupa di spezzare la rete delle organizzazioni socialiste e di quelle cattoliche, e attira attorno a sé un nuovo blocco sociale composto in prevalenza da ceti medi ed egemonizzato dal padronato agrario e industriale: in questo modo prosciuga la base di consenso che ancora rimaneva ai liberali.

Nel novembre del 1921 nasce il Partito nazionale fascista, che conta ben 300mila iscritti (il PSI, alla sua massima espansione superava di poco i 200mila). Passerà meno di un anno prima che Mussolini decida di passare all’attacco facendo marciare su Roma decine di migliaia di “camicie nere” (ottobre 1922).

La storia è maestra di vita, tutto cambia e si trasforma, ma il copione, a differenza degli attori, resta lo stesso.

Quello che i nostri leader faranno nei prossimi giorni determinerà la storia, occorrerà fare squadra, non lasciare indietro nessuno, prendersi in braccio l’uno con l’altro, farsi spalla e farsi carico di chi non può farcela da soli. 

Se così sarà, ne uscirà un mondo migliore, fatto di persone che iniziano veramente a comprendere il valore della vita e della liberà.

Ma solo se l’eccezione conferma la regola.

 



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