Le ferite sono due: la prima è la chiusura delle scuole fino all’autunno, la seconda è l’indifferenza con cui è stata accolta questa dolorosa decisione. Quasi tutti i paesi europei hanno già riaperto (o stanno riaprendo) le scuole, anche se si trovano in condizioni sanitarie analoghe alla nostra.

Francia e Germania, Belgio, Danimarca e Olanda, Norvegia e Repubblica ceca, Austria e Svizzera, e in parte perfino il Regno Unito, sono ripartiti, sia pure con prudenza e gradualità. Anche la Spagna sta valutando di svolgere almeno qualche settimana di scuola prima della pausa estiva. Nulla del genere è previsto in Italia e questo ha indotto alcuni tra i nostri più prestigiosi intellettuali, a lanciare un appello per la ripresa dell’insegnamento scolastico nelle sue modalità tradizionali. I nomi sono noti agli studenti, che studiano sui loro testi: Asor Rosa, Bettini, Cacciari, Canfora, Curi, Di Cesare, Esposito, Fusini, Giovine, Guarino, Marramao, Resta, Rovatti, Sini, Vassallo, Vercellone.

I firmatari contestano che le modalità di insegnamento in presenza o da remoto siano intercambiabili: chi lo pensa – scrivono – non ha colto il fondamento culturale e civile della scuola, di una tradizione che dura da più di due millenni e mezzo e che non può essere allegramente rimpiazzata dai monitor dei computer, dallo smanettamento di una tastiera, dalla sudditanza ai motori di ricerca. La scuola si legge nell’appello, vuol dire anzitutto socialità, fra allievi e con i docenti, formazione nel rapporto con gli altri, crescita intellettuale e morale, maturazione di una coscienza civile e politica.

Cose forse più importanti e incisive di una messa in piega o di un cappuccino, con tutto il rispetto per ciò di cui discutiamo con passione ogni giorno.

Paolo Pagliaro



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