Non di quelli che saranno annunciati ormai a breve ma, per esempio, dei riconoscimenti che negli ultimi giorni hanno acceso un bel dibattito anche sul tema del genere. Se Berlino ha appena reso asessuata la parola “protagonista” e a proposito di premi definisce attore anche un’attrice proprio come si fa nei Paesi anglosassoni (dove anche l’attrice è “player”) a Venezia si parla un’altra lingua. Il Direttore della Mostra, Alberto Barbera, invitato a dire la sua sul tema della parità di genere risponde senza alcuna esitazione con un «no» alla definizione unica di un premio che non segni, in questo caso, una differenza inevitabilmente qualitativa, tra un attore e un’attrice da segnalare per una performance di eccellenza. E dice: «Non capisco proprio perché di due riconoscimenti se ne debba fare uno solo».

E ha proprio ragione: immaginiamo cosa accadrebbe se, tra attore e attrice, il premio unico fosse al maschile: qualcuno griderebbe subito alla discriminazione. E se invece il premio andasse a un’attrice? Facile immaginare qualche malignità maschilista della serie «ma sì, ha vinto perché è una donna…». Doppia discriminazione. Ma oltre le questioni di genere che, alla fin fine, rischiano di indebolire proprio la qualità della creatività e del talento ai danni di una questione di differenza resta la domanda: i premi servono al cinema? Nell’esperienza internazionale assolutamente sì e molto. Ma in Italia credeteci di più e rilanciate i film quando vincono i grandi premi. È un modo di segnalarli ancora di più al pubblico. E di segnalare agli spettatori il meglio del cinema in sala…

Laura delle Colli