La Nascita di Venere, concepita e realizzata tra il 1484 ed il 1485 circa, esposta nella Galleria degli Uffizi a Firenze (nella sala 10-14 ) da Sandro Botticelli, vero nome Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi (Firenze, 1º marzo 1445 – Firenze, 17 maggio 1510), è stato un pittore italiano, considerato uno dei maestri del Rinascimento fiorentino anche per la sua tecnica pittorica, in parte separatista dalle innovazioni e dalle convenzioni di quell’epoca.

È una tempera su tela di dimensioni 172,5 x 278,5 cm, ed è frutto di una tecnica impeccabile ed estremamente innovativa. Diversamente dalla “Primavera”, dipinto su tavola, la “Nascita di Venere” fu realizzato su tela di lino, estremamente insolito nella Firenze del Quattrocento, preparandola con uno strato di gesso tinto di blu, che diede al dipinto una tonalità azzurrina e dipinse a tempera magra, ossia con colle animali e vegetali e non con l’impiego dell’uovo come legante dei colori, in modo da far risultare la tela simile ad un affresco.

 La composizione raffigura più precisamente l’approdo sull’isola di Cipro della dea dell’amore e della bellezza, nata dalla spuma del mare e sospinta dai venti Zefiro e forse Aura. Il tema del dipinto, che celebra Venere come simbolo di amore e bellezza, la dea appare in tutta la sua grazia. È a figura intera, al centro del dipinto, nuda, con la pelle d’avorio e il corpo attraversato da ombre appena accennate. La mano destra appoggiata al seno con gesto pudìco, la mano sinistra sul pube trattiene una ciocca dei capelli lunghissimi mossi dal vento. La testa leggermente reclinata, l’espressione del volto dolce e mite.

Nella stessa figura coesistono moto e quiete: al corpo statuario mostrato nudo e alla posa stante fanno da contrappunto i capelli biondi nell’atteggiamento della Venus pudica – una mano al seno e l’altra al pube e u sui capelli ondeggiano in mille ciocche dorate, la delicata conchiglia (simbolo di fecondità) che si muove spinta dal vento e dalle onde diventa un solido appoggio sotto ai suoi piedi. Il contrasto con il verde e l’azzurro dello sfondo esalta la sua apparizione. 

Nell’angolo a sinistra si puo vedere a Zefiro, la personificazione del vento che soffia da ponente il vento fecondatore, abbracciato a un personaggio femminile, forse è la ninfa Clori, o forse il vento Aura o Bora ( Alcuni studiosi hanno tuttavia riconosciuto nella figura femminile alata la dolce brezza Aura ) che con il loro soffio della passione e dell'ebrezza primaverile sospingono la dea Venere nel suo viaggio verso terra.

A destra, sulla riva, una fanciulla scalza sta per coprire la dea con un manto di seta rosa ricamato con fiori primaverili, soprattutto margherite. Il suo vestito chiaro, trapuntato di fiordalisi, è stretto in vita da un ramo di rosa. Quest’ultimo personaggio è stato identificato da alcuni studiosi come Ora della Primavera, altri vi hanno riconosciuto Flora, altri ancora una delle Grazie. 

Alle spalle della fanciulla, il paesaggio è delineato dalle insenature e dai promontori della costa e impreziosito da un boschetto di melaranci in fiore lumeggiati d’oro. I melaranci, detti anche mala medica per le loro proprietà terapeutiche, sono allusivi alla stirpe medicea.

Dal cielo cadono rose, fiori che secondo il mito comparvero proprio in occasione della nascita di Venere.

Analisi

La composizione semplice esalta la sacralità della figura. Un evento miracoloso si è da poco compiuto, la spuma del mare, fecondata dal seme di Urano, ha generato una nuova dea e lei ora si manifesta al mondo, per l’artista assume un ruolo fondamentale, fondendo i nuovi ideali cristiani con la grandiosità del mito classico.

Non a caso quindi il manto offerto da Ora a Venere è rosa e decorato con fiori, simbolo del battesimo di Cristo, mentre il fiordaliso nella storia dell’arte è la rappresentazioni della “vergine regina dei cieli”. I rami di mirto sono da ricondurre alla concezione di “Sacra Venere” di cui questo ne è simbolo.

La disposizione simmetrica richiama visivamente scene cristologiche come quella del battesimo e anche se l’accostamento può oggi sembrare blasfemo così certamente non doveva apparire nel momento più alto del Rinascimento fiorentino.