Vissuto a cavallo di due secoli, Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano1571 – Porto Ercole 1610) fu erede della tradizione cinquecentesca e al tempo stesso aprì una nuova via all’arte.

La sua evoluzione artistica si racchiude in circa diciotto anni di attività durante i quali si registrano continui e sostanziali mutamenti stilistici. Suo interesse centrale fu il problema esistenziale dell’uomo, il suo dramma nella ricerca della verità che non è mai imposta dall’alto e passivamente accettata.

Tema della sua pittura fu dunque la realtà drammatica in cui vive l’uomo, espressa con un linguaggio coerente di cui luce ed ombra sono protagonisti assoluti.

Del “Davide e Golia” Caravaggio eseguì diverse versioni di cui la prima risale al 1597 – 1598 circa, olio su tela, 110×91 cm. si trova oggi esposta presso il Museo del Prado, Madrid.

La storia narrata sulla tela è quella dell’eroe biblico Davide che, dopo aver colpito con un sasso il gigante Golia, lo uccide tagliandogli la testa.

Caravaggio in realtà si concentra sulla parte conclusiva della vicenda, quando ormai Golia è morto e Davide sta legando le ciocche di capelli del gigante a una corda, per trasportare la testa al campo d’Israele.

In Davide e Golia di Caravaggio l’eroe appare esattamente com’è descritto nel racconto biblico, ovvero come un giovane pastore. Il corpo è quello di un esile fanciullo; sembra quasi impossibile credere che sia stato in grado di affrontare e sconfiggere Golia, che terrorizzava il popolo d’Israele, solamente armato di una fionda.

L’uso dei toni scuri per aumentare il rilievo dei corpi era uno stile pittorico che piaceva molto ai contemporanei di Caravaggio, permettendo all’artista di dare un’intensità drammatica alla scena.

I contrasti di luce rendono la vicenda narrata dall’artista quasi un racconto teatrale in cui le parti illuminate appaiono toccate da una luce quasi divina, che scende sul mondo e libera gli uomini dalle tenebre. Sembra che l’artista abbia voluto fare in modo che chi osserva possa percepire che è stata la Grazia del Signore ad aiutare Davide a vincere.

Il volto di Golia è l’autoritratto di Caravaggio; l’artista tornerà a ritrarsi nelle sembianze del gigante ucciso anche nelle opere successive con lo stesso soggetto.

L’autore sembra voler essere identificato come il gigante sconfitto, un peccatore che si merita una punizione esemplare.

Nella seconda versione del Davide e Golia, dipinto a olio su tavola di pioppo 90,5x116,5 cm realizzato a Napoli nel 1607 che si trova presso Kunsthistorisches Museum, Vienna.

Il Caravaggio dipinge questa scena basandosi, in modo esatto, a ciò che viene riportato nei testi sacri, inserendo però, qualche elemento di novità.
Davide avanza dal buio recando la testa di Golia in mano, trionfatore più sulla morte e la sofferenza che sul gigante, la cui testa che protende in avanti come macabro trofeo dopo la battaglia, trionfatore più sulla morte e la sofferenza che sul gigante. La luce irradia i volumi sintetici e si traspone sulle superfici quasi lisce sottolineando il gesto trionfale di Davide, con uno sguardo distratto e indifferente che si contrappone alla smorfia di tensione di Golia.
Il suo volto è contratto dalla tensione, la bocca aperta a far sfolgorare il brillio della sua dentatura, la ruga che si pone tra le sopracciglia, i suoi occhi spenti e semichiusi oltre ai solchi delle guance.

tradiscono quell'adesione alle ricerche sulla rievocazione espressiva dei "moti dell’anima" ( Leonardo da Vinci, voleva asserire non solo i tratti fondamentali di un carattere ma soprattutto come reagisce il corpo umano di fronte ad una emozione. Per meglio dire voleva mettere in risalto la verosimiglianza di un corpo e, quindi, l’espressione, la trasposizione dei pensieri e dei sentimenti in un’immagine esterna ), di cui Caravaggio si fa portavoce.

Durante gli ultimi mesi della sua vita, trascorsi dolorosamente a Napoli, esiliato, braccato, in attesa di una grazia che gli avrebbe concesso di tornare nella sua amata Roma, il Caravaggio dipinse la terza versione del Davide e Golia 1609-1610 pittura a olio su tela 125 x 101 cm che si trova presso Galleria Borghese, Roma: Sala 8 – Sala del Sileno inventario 455, che si può considerare come una sorta di suo testamento spirituale. Esse testimoniano lo stato di prostrazione e di paura in cui l’artista si era ridotto.

Il dipinto fu eseguito con tutta probabilità a Napoli, dove Caravaggio, fuggito da Roma nel 1606, si trovava in esilio per l’accusa di omicidio.

La scelta del soggetto, con la vittoria dell’eroe d’Israele sul gigante filisteo Golia, si deve probabilmente allo stesso pittore. David non manifesta un fiero atteggiamento di trionfo mentre regge e osserva il capo mozzato di Golia; la sua espressione è piuttosto di pietà verso quel “peccatore”, nel cui viso Caravaggio avrebbe raffigurato il proprio autoritratto.

La descrizione del volto di Golia, così vividamente espressiva nella fronte corrugata, la bocca spalancata per l’ultimo respiro, lo sguardo sofferente, l’incarnato esanime, rappresenta il risultato del dramma umano vissuto dall’artista.

L’iscrizione che compare sulla spada “H.AS O S” è stata sciolta dalla critica con il motto agostiniano Humilitas occidit superbiam. L’episodio biblico diventa quindi impressionante testimonianza degli ultimi mesi di vita di Caravaggio, rendendo plausibile l’ipotesi secondo la quale il pittore avrebbe inviato la tela al cardinale Scipione Borghese, quale dono da recapitare al pontefice Paolo V per ottenere il perdono e il ritorno in patria. La grazia fu accordata ma Caravaggio, quasi al termine del viaggio verso Roma, morì sulla spiaggia di Porto Ercole per circostanze ancora misteriose.