«È stato il primo nel mondo occidentale a dover affrontare una gravissima emergenza sanitaria»
Sono da oltre 365 giorni in prima linea contro il Covid-19. Sono stati i primi a raccontare quello che stava accadendo negli ospedali del nostro Paese, nelle terapie intensive, tra bombole d’ossigeno e tute di contenimento, mascherine, visiere, guanti, copriscarpe. Per tutti loro è arrivato il riconoscimento più prestigioso. Il personale sanitario italiano è ufficialmente candidato al premio Nobel per la Pace 2021.

«Il personale sanitario italiano è stato il primo nel mondo occidentale a dover affrontare una gravissima emergenza sanitaria, nella quale ha ricorso ai possibili rimedi di medicina di guerra combattendo in trincea per salvare vite e spesso perdendo la loro» si legge nella motivazione espressa da Oslo.

È la prima volta che il personale sanitario di un Paese riceve la candidatura al Nobel per la Pace, il più prestigioso dei Nobel e l’unico che viene assegnato in Norvegia, dal 1901, per volere del suo fondatore Alfred Nobel.

La candidatura era stata presentata dalla Fondazione Gorbachev con la sottoscrizione sottoscritta dell’americana Lisa Clark, già Nobel per la Pace nel 2017, che ha prestato attività di assistenza volontaria durante l’epidemia ed attualmente vive in Toscana. «La sua abnegazione nell’emergenza del 2020 è stata commovente», aveva sottolineato la Clark. «Qualcosa di simile a un libro delle favole, da decenni non si vedeva niente del genere. Il personale sanitario italiano non ha più pensato a se stesso ma a cosa poteva fare per gli altri con le proprie competenze».

Al personale sanitario tutto, Vanity Fair ha dedicato nelle prime settimane dell’emergenza un numero speciale il cui intero ricavato delle vendite in edicola è stato devoluto all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, tra i più colpiti d’Italia. In copertina, la pneumologa Caterina Conti, 39 anni, impegnata all’interno dell’ospedale di Bergamo. «Ma non chiamate eroi questi medici, infermieri, lavoratori e volontari perché loro stessi non vogliono essere definiti così», ha scritto il direttore di Vanity Fair Simone Marchetti nel suo editoriale. «Sono professionisti con un senso del dovere incredibile, lavoratori all’estremo delle forze e delle possibilità. Per noi, diventano il riflesso di un’Italia forte e piena di speranza, Paese da sempre in grado di superare i momenti più difficili».