La domanda mi ronzava in testa fin da quando mi imbarcai all’aeroporto di Milano Malpensa. Non ero mai stato a Panama, ma tutti ne dicevano un gran bene: clima tropicale, spiagge inesplorate sull’Atlantico e sul Pacifico, costo della vita contenuto, gente cordiale dall’allegria latina, burocrazia snella. E poi il sito americano Living International la collocava, da anni, al primo posto nel mondo quale paradiso per i pensionati di tutto il mondo.
Per la verità ero già un expat della terza età, ma dopo nove anni di Thailandia, Phuket per la precisione, mi ero stancato del Sud-est asiatico e, alla veneranda età di 70 anni e rotti, dopo 40 di giornalismo e un’inossidabile voglia di esplorare, ero alla ricerca di un nuovo approdo: un posto dove la gente ti capisce e puoi vivere la terza età all’insegna del relax e nuove avventure di vita. Quelle che ti mantengono evergreen.
Per la verità, su quell’esperienza di voler vivere altrove avevo scritto un libro, “Fuga per la vita” (pubblicato da Tropea editore nel 2013), che analizzava il sogno di molta gente di andarsene dall’Italia alla ricerca di una vita migliore. Sogno che molti coltivano ma pochissimi riescono a realizzare.
Ma perché scegliere di trasferirsi proprio a Panama? La ragione, per me, con una figlia che da anni vive a New York era anche un’altra: esserle geograficamente più vicino (5 ore di aereo contro 24 dalla Thailandia). A Panama non conoscevo nessuno, a parte qualche contatto attraverso Facebook, ma da vecchio cronista ho fatto in fretta a scovare personaggi interessanti nella comunità italiana, nuovi amici che mi hanno guidato alla scoperta di Panama.
Le mie perplessità sono svanite in fretta: dal Casco Antiguo dove facevo base ho scoperto la capitale, la dinamicità sociale ed economica, quel mix di building american style mischiati ai quartieri popolari, parte del litorale turistico di El Coronado, Playa Blanca, El Farallon, Punta Chame, le zone attorno alla meravigliosa grandiosità del Canale. Non ho avuto tempo per perlustrare Colon, il fascino delle isole San Blas, per scoprire Boquete, David e Bocas del Toro.
Sono sbarcato a Panama con i documenti necessari per richiedere agli uffici della Migracion il permesso di residenza provvisoria (che mi è stato concesso in modo svelto e facile), ci sono rimasto solo un paio di settimane, ma quando dovrò tornarci per ritirare quello definitivo continuerò, con il prezioso aiuto di mia moglie, e il suo grande fiuto, la ricerca di un buen retiro. Una località vicino al mare, una casa arredata, un posto con ristoranti, bar e servizi sanitari di livello, sicurezza sociale e quanto serve a una coppia di expat ancora vivaci come ragazzini. Sono certo che lo troveremo.
Due settimane sono poche per decifrare un Paese, ma volete sapere che impressione ho avuto di Panama? Un angolo di mondo dove la vita è easy, il cibo è di buona qualità, la gente semplice e aperta con molte contraddizioni tipiche di un Paese ancora in crescita. Dalle tante banche che l’hanno consacrata paradiso fiscale, dai taxi senza tassametro, dai moltissimi colombiani e venezuelani che qui si sono insediati, da certi orridi grattacieli in riva al mare, dal prezzo della benzina, dalla seconda moneta chiamata Balboa che sembrano fiches da casinò, dal fatto che Panama sia ancora in parte inesplorata e poco sfruttata turisticamente. Eppoi al grande rispetto per i non più giovani che, con la Carta del Pensionado, hanno diritto a sconti e facilitazioni economiche.
Messa in ginocchio da mesi di pandemia, con molti negozi, musei e ristoranti chiusi, Panama sta però tornando alla normalità, alla vita di sempre con dinamismo e fiducia, come Cenerentola dopo il risveglio.
Mi è piaciuta la way of life di Panama, anello di congiunzione di un continente, varco marittimo che collega due oceani, con la diffusa mentalità del vivere e lasciar vivere. Un Paese in continua crescita, del quale si è più spesso sparlato senza rivelarne l’alma, il tessuto vero.
Nella mia breve perlustrazione nella capitale ho avuto l’opportunità di conoscere i titolari di questa pubblicazione (prezioso riferimento per la comunità italiana e non solo), di saggiarne l’entusiasmo che ha risvegliato la mia passione – mai sopita - per analizzare, scrivere, raccontare. Li ringrazio per aver accolto questo articolo, mi auguro il primo di una lunga serie. C’è molto da raccontare sui rapporti Panama-Italia, c’è molto da scrivere su quella comunità italiana che, per scelta o casualità, è approdata a vivere o costruire business in questo anello di congiunzione fra le due Americhe.
Credo proprio che, quando verrò a viverci stabilmente, mi troverò bene.

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