Giovedí 09 luglio ha fatto scalpore un’ordinanza del Ministero della Salute che limita, fino al 14 luglio, l’ingresso in Italia a chi negli ultimi 14 giorni ha soggiornato od é transitato in uno dei seguenti Paesi: Armenia, Bahrein, Bangladesh, Brasile, Bosnia Erzegovina, Cile, Kuwait, Macedonia del nord, Moldova, Oman, Panama, Perù, Repubblica Dominicana.

Fanno eccezione al divieto solo i cittadini italiani, di uno Stato UE, di un paese parte dell’accordo di Schengen, del Regno Unito, di Andorra, del Principato di Monaco, della Repubblica di San Marino o dello Stato della Città del Vaticano e i loro familiari conviventi, a condizione che siano residenti anagraficamente in Italia da data anteriore al 9 luglio 2020. In ogni caso, per tutti questi soggetti si applica l’obbligo di isolamento a domicilio (quarantena) per 14 giorni.

Dopo il 14 luglio, dovremo capire se questa misura continuerá a rimanere in vigore a livello nazionale e se si estenderá a livello europeo. Tra i paesi coinvolti quindi, Repubblica Dominicana e Panama, territori facenti parte della regione di competenza del nostro coordinamento.

La misura presa dal Governo é in gran parte condivisibile se pensiamo che, per esempio, in Rep. Dominicana, i contagi stanno sfiorando i 1.200 casi confermati giornalieri, le misure prese dal governo locale non hanno ancora portato i risultati sperati, il sistema sanitario dominicano é in difficoltá ed appena una settimana fa si sono svolte le elezioni presidenziali. É quindi giustificabile che l’Italia prenda delle misure per evitare sul nascere nuovi potenziali focolai.

Ció nonostante, cosí come nel caso di Panama, non posso esimermi dall’analizzare in maniera obiettiva la situazione dei connazionali iscritti AIRE.

Giá all’inizio della pandemia i cittadini italiani iscritti AIRE vennero inclusi tra coloro che non potevano rientrare nel proprio paese natale. Ció aveva un senso, dato che si trattava dell’inizio dell’emergenza ed in Italia era in corso un vero e proprio lockdown. Un rientro affrettato poteva essere pericoloso per tutti.

Oggi peró la situazione é diversa. Sono testimone diretto di cittadini italiani residenti all’estero che stanno perdendo il proprio lavoro, i loro investimenti e risparmi. Inoltre, non possono usufruire di un sistema sanitario ed un walfare comparabili al nostro. Nella maggior parte dei casi, questi nostri connazionali hanno ancora vincoli stretti con il proprio paese di origine, specialmente quanto si parla di cittadini italiani di recente emigrazione. Possono avere casa di propietá in Italia o, in alternativa, possono avere familiari disposti a riceverli.

In un momento cosí difficile e dopo diversi mesi senza poter lavorare, com’é sostenibile privare loro della possibilitá di rientrare nel loro paese di origne, quando sarebbe sufficiente essere sicuri che possano usufruire di una abitazione idonea ad ospitarli (magari addirittura presso una casa di loro propietá) affinché possano rispettare quanto previsto dall’ordinanza per quanto riguarda la quarantena domiciliaria?

Tra l’altro, ragionando sull’eterno dilemma “iscrizione AIRE SI / iscrizione AIRE NO”, sappiamo tutti perfettamente che vi é un alto numero di connazionali che vivono all’estero ma non figurano nell’elenco degli iscritti all’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero per volontá propria, pur risiedendo di fatto fuori dallo Stivale. Costoro, approfittando della possibilitá di violare le normative vigenti senza essere sanzionati severamente, potranno paradossalmente far valere la loro residenza anagrafica presso il loro Comune italiano di origine. Quindi, una verra e propria beffa; uno schiaffo alla legalitá ed a quei cittadini onesti che si sono regolarmente iscritti all’AIRE.

Il 14 luglio, auspico vi sia un ripensamento da parte del Ministero della Sanitá ed il Governo, in favore di quei cittadini italiani che non hanno perso la propria cittadinanza. Hanno solo cambiato residenza e, nel bel mezzo di una crisi sanitaria ed economica mondiale, chiedono semplicemente di poter tornare nella propria terra di origine.