Il 26 Maggio 1927, Mussolini tenne un discorso alla Camera dei Deputati, oggi noto come “Discorso dell’ Ascensione“, in cui, affrontando, tra le altre cose, il tema della sanità e della salute pubblica, Mussolini pronunciò le seguenti parole:

“ Sotto la diretta sorveglianza degli organi della Sanità pubblica si sono derattizzati novemila bastimenti, cioè si sono uccisi quei roditori che portano dall'Oriente malattie contagiose: quell'Oriente donde ci vengono molte cose gentili, febbre gialla e bolscevismo “. Da questo discorso nasce la frase popolare ( Attenzione alla razza gialla ). Fu una profezia di Mussolini o parole buttate al vento?

Chi di noi avrebbe mai pensato che dopo più di 30 anni della caduta del muro di Berlino
“ 09/11/1989 ”, l’America si sarebbe ritrovata in un’altra Guerra fredda.

Chi di noi avrebbe mai immaginato che dopo la dottrina Truman, e il maccartismo del senatore Joseph McCarthy, che il socialismo sarebbe stato l’apice della moda politica tra i giovani americani.

E invece eccoci qui. La nuova guerra fredda fra Stati Uniti e Cina non è una realtà passeggera, ma duratura che influirà sull’Europa, l’America latina e le rimanente nazioni del mondo.

La competizione tra Stati Uniti e Cina non si limita allo spionaggio, sta diventando una realtà consolidata di guerra fredda, che attraversa le relazioni di tutto il mondo, un grande gioco dei nostri tempi che passa dall’Indo-Pacifico al Medio Oriente al America meridionale e arriva fino in Europa. Dopo che Pechino ha stretto la presa su Hong Kong, il Regno Unito e la Franci hanno messo al bando il 5G di Huawei, e speriamo che altre nazioni seguono lo stesso esempio. Del resto c’erano già tutte le premesse della guerra fredda nella battaglia sui dazi e in quella tecnologica scatenata dagli USA contro il colosso cinese Huawei.

La guerra commerciale USA-Cina cominciata tre anni fa circa, è diventata una nuova guerra fredda, esplosa in pieno con il formidabile impatto del coronavirus. Che cosa accade, di chi fidarsi e da che parte stiamo? Una cosa è certa, si stanno regolando i conti della globalizzazione.

Oltre alla guerra commerciale, tra le due superpotenze c’è tensione anche per il controllo dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni, se ne contano 378 funzionanti, per una lunghezza da 1,2 milioni di km, uno scontro di cui si parla poco.

Un’infrastruttura subacquea che, nel corso di più di un secolo e mezzo, è diventata il sistema nervoso centrale delle telecomunicazioni globali. Il primo cavo telegrafico sottomarino fu realizzato tra Calais in Francia e la Dover Britannica nel 1851. Il 99% del traffico internazionale di dati e voce passano nelle fibre ottiche sottomarine. E le previsioni indicano la loro progressiva crescita. Da ricordare che il gruppo Transsion Holdings Ltd di telefonia cellulare cinese, ha conquistato il mercato della telefonia mobile in Africa ed e inserito nel mercato dell'Asia meridionale. E produce i suoi cellulare in Cina, Etiopia, Bangladesh e India.

É la nuova via della seta, con l’obiettivo di costruire e presidiare nuove vie commerciali e telecomunicazione strategiche, sulla scia delle antiche vie della seta, progetto tirannico per connettere sempre più strettamente ogni angolo del pianeta alla Cina con lo scopo di esportare il modello produttivo, commerciale ed politico ideologico cinese in tutto il mondo.

Tuttavia gli USA fa bene a non dormire sugli allori, perché la Cina sta guadagnando rapidamente terreno. La rapida crescita dell’economia cinese consente ormai al paese di aumentare gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Cerchiamo di analizzare qualche dato concreto. La nuova guerra fredda differisce sostanzialmente sul piano economico da quella con l’ex Unione Sovietica. Lo sviluppo dell’Unione Sovietica è sempre stato inferiore a quello dell’America: nel 1990 la produzione industriale di Mosca sulla produzione mondiale era del 12,9%, quella degli Usa del 20%, per non parlare del PIL, quello dell’ex Unione Sovietica era meno della metà di quello americano. Oggi Usa e Cina assommano quasi in parti uguali il 40 per cento dell’economia mondiale.

Tutto il mondo si domanda chi è il più forte? In base agli indicatori convenzionali spiega l’analista Jacob Shapiro su Limes, gli USA sono ancora molto più forti della Cina, come taglia economica, tecnologia, influenza politica culturale e militare. Mentre il rapporto annuale del Pentagono sulla minaccia militare cinese sottolinea, forse esagerando volutamente, come la Cina stia rapidamente colmando il divario militare con gli Stati Uniti. Il dato più impressionante riguarda la flotta, che ha superato numericamente quella statunitense. Anche se, sul piano della qualità delle navi e della potenza degli armamenti, non c'è ancora confronto. La Cina si pone obiettivi di lungo periodo, mirando a diventare realmente competitiva con gli Usa dal 2035. Il rapporto, molto allarmistico, mira a un obiettivo politico preciso: formare una cintura di alleati degli Usa per contenere la Cina, una cintura che potrebbe includere Giappone, Australia e India.

Ma la pandemia ha messo in luce alcune debolezze dell’America. La Cina oggi può produrre molto di più degli Stati Uniti. Nonostante la loro forza gli Usa dipendono in molti campi industriali dalla Cina, benché sia iniziato il “disaccoppiamento”, la rilocalizzazione delle società americane, come per esempio la produzione dei prossimi iPhone in India e non più in Cina.

Dal punto di vista economico invece, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, la Cina nel 2019, si è attestata con una crescita del PIL pari al 6,1%, mentre gli Stati Uniti solamente del 2,3%. Le prospettive sembrano più rosee nel 2021, dove le previsioni del FMI riportano un 4,7% per gli Stati Uniti e un 9,2% per la Cina, prospettando una ripresa dopo il superamento dell’emergenza legata al Covid-19.

Se il modello economico americano è fondato sul libero mercato, quello cinese vede il primato del potere politico su quello economico. Il modello cinese può essere considerato un ibrido tra economia centralizzata ed economia di mercato. Come riporta l’ex ambasciatore italiano in Cina, Alberto Bradanini, nella sua opera Oltre la Grande Muraglia, a partire dagli anni ’80, Pechino conobbe una graduale liberalizzazione economica con la politica di apertura di Deng, confermata poi dai suoi successori Jiang Zemin, Hu Jintao e Xi Jinping, mantenendo comunque il controllo politico attraverso il Partito unico. Sempre agli inizi degli anni ’80, molti capitali stranieri colsero l’opportunità di moltiplicare i profitti producendo in Cina, per poi esportare in Occidente. Questa interconnessione economica sarà una caratteristica peculiare del futuro ordine mondiale.

Oggi l’obiettivo che Washington persegue con il rapporto è destare attenzione e allarme intorno al massiccio riarmo cinese allo scopo di creare un cordone di alleanze in grado di “contenerlo”: più o meno la stessa strategia adottata negli anni ’50 e ’60 nei confronti dell’Unione Sovietica. Il segretario alla Difesa americano ha effettuato delle visite alle basi militari americane e presso gli alleati del Pacifico sullo sfondo della proposta, sostenuta dal Dipartimento di Stato statunitense, di saldare un’intesa con Australia, India e Giappone tesa a aumentare la cooperazione militare in chiara funzione anticinese e a ridurre le relazioni economiche con Pechino.

Personalmente non credo che oggi l’amministrazione di Joe Biden cambierà la postura della Casa Bianca. Al contrario, sono stati proprio i democratici a chiedere una linea più dura con Pechino. Il nuovo segretario di Stato Anthony Blinken, designato da Biden a dichiarato con la Cina saremo duri come Trump. Il segretario di Stato in pectore ha promesso che sotto la sua guida gli Stati Uniti avranno una diplomazia più "umile", cioè più rispettosa verso gli alleati. Per contenere l'espansionismo cinese, per contrastare le minacce alla sicurezza dell'Occidente che vengono dallo spionaggio o dal 5G o dalla cyber-guerra, per aggiustare squilibri commerciali insostenibili, il metodo Biden-Blinken punta a coinvolgere tutti gli alleati in una vasta coalizione, mentre Trump-Pompeo spesso avevano usato un approccio unilaterale. Mentre per l’ Europa ci si può attendere un ritorno dei rapporti con Washington allo “status quo ante” Trump e forse il rilancio, su basi aggiornate, dei progetti di ulteriore integrazione commerciale transatlantica. Tuttavia, su questioni come le relazioni con Russia e Cina, una presidenza Biden potrebbe chiedere agli alleati europei una presa di posizione più chiara, un passo di cui molte capitali europee farebbero volentieri a meno.

Dal canto suo, la Cina è una potenza continentale compiuta che adesso guarda al mondo con ambizioni che vanno oltre il mercantilismo, che crede nel suo modello e cerca di affermare la sua autorità politica e diventare economicamente indipendente dal mondo occidentale.

Un obiettivo che secondo i piani di Pechino dovrebbe essere raggiunto nel 2025. Per adesso però la Cina dipende dall’export verso Stati Uniti e l’Europa se vuole mantenere i target di crescita al 6% l’anno (specialmente dopo il crollo causato dal Coronavirus), e le rotte commerciali da cui dipendono le importazioni energetiche e le esportazioni commerciali restano sotto il controllo diretto e indiretto delle forze armate statunitensi.

“Fra i due litiganti il terzo gode”. Mentre tutto il mondo hanno gli occhi puntati sullo scontro tra Titani USA e Cina, non dobbiamo dimenticare dell’orso siberiano in letargo, dopo quello polare é il più grande di statura, simbolo del Russia, si la Russia di Vladimir Putin.

Mentre l’amministrazione di Trump nel suo fortino alla Casa Bianca non ha voluto fare commenti sul devastante attacco informatico della Russia contro le agenzie governative statunitensi, Biden ha immediatamente avvertito che la sua amministrazione non permetterà a nessuno di penetrare le difese americane. A tutti gli effetti questo è sembrato un chiaro avvertimento a Vladimir Putin e ai suoi potentissimi GRU e l’FSB (ex KGB), i servizi segreti, che da sempre fanno della cybersecurity una delle sue principali arme di offesa. 

Il confronto tra Stati Uniti e Russia ha condizionato, per decenni, gli equilibri geopolitici mondiali. Gli sforzi di Putin sin dal 2000 sono concentrati nella riabilitazione della Russia come grande potenza sulla scena globale. Nel caso specifico della relazione con gli Stati Uniti, si tratta di compensare la evidente disparità fra la prima potenza mondiale e una ex potenza in declino da trent’anni. A ciò si aggiunge anche un’incompatibilità di fondo relativa alla visione dell’ordine mondiale: se gli Stati Uniti si tengono saldi al loro primato, la Russia punta alla creazione di un ordine globale multipolare che possa scardinare la potenza statunitense dalla sua egemonia. Questa incompatibilità finisce per inevitabilmente essere territorio di scontro nella relazione fra i due Paesi.

Una lunga linea Maginot della NATO, dal Mar Baltico al Mar Nero la Nato dell’Est la cosi detta espansione, dopo il crollo dell’Unione Sovietica a partire dal 1999, gli Stati Uniti e la Nato hanno approfittato del momento di debolezza dello storico rivale. L’Europa dell’Est è stata subito sottratta alla sfera di influenza russa ed è in pochi anni entrata nell’Unione europea e nella Nato; sono state dislocate basi Usa in Asia centrale, nella Repubbliche ex sovietiche e in Afghanistan dopo la guerra del 2001, anche l’ex Jugoslavia è in parte già entrata nella Nato (Slovenia, Albania, Croazia e Montenegro) e nella Ue (Croazia e Slovenia); nel Caucaso sono da tempo presenti gli americani (in Georgia fin dal 2000) e da ultimo l’Ucraina, dopo la rivoluzione del 2014, ha abbandonato la tradizionale vicinanza con Mosca in favore di un avvicinamento con l’Occidente. Spesso, gli Stati Uniti hanno declassato la Russia a mera “potenza regionale” che non può competere economicamente con la “potenza globale” statunitense. A ciò, la Russia ha risposto con crescente impegno nella difesa, nella sicurezza e nel riarmo bellico, incluso il settore nucleare e il cyberspazio.

La presenza della Russia in Sud America è abbastanza intensa negli ultimi anni, non soltanto la storica alleata Cuba, ma diversi paesi hanno stretto rapporti con i russi. Periodicamente, dal 2008, la Russia ha agito in America Latina attraverso il commercio, vendita di armi, di attrezzature militari e la propaganda. La Russia guidata dal presidente Vladimir Putin, è ritornata un po’ alle vecchie strategie della Guerra Fredda, ovvero cercare di erodere la leadership degli USA nel Sud America presentando la forza russa come alternativa antistatunitense e destabilizzare l’egemonia degli Stati Uniti nel sistema internazionale.

La Russia di Putin è riuscita ad addentrarsi nella regione latinoamericana sfruttando il sentimento anti-statunitense, fornendo delle volte l’appoggio a quei paesi o leader che gli USA non gradiscono. La politica di disinteresse da parte degli Stati Uniti a discapito del Sud America, si pensi in special modo a Trump, ha spinto ancora di più alcuni paesi latinoamericani nelle braccia di nuove potenze straniere, creando sicuramente nuove crepe in questo instabile rapporto tra il Nord ed il Sud del continente americano. 

L’obiettivo russo è quello di portare pressione nel giardino di casa americano. Lo dimostrano i rapporti commerciali tra diversi paesi del subcontinente con il gigante russo, le basi d’intelligence di quest’ultimo poste in aree strategiche latinoamericane, le forniture di materiale bellico. La domanda è quali saranno le conseguenze di questo rapporto tra i due paesi, soprattutto cosa dovranno aspettarsi gli Stati Uniti, da sempre garanti e poliziotto di tutto il continente. Difficile prevedere cosa potrebbe accadere, ma sicuramente gli USA non guardano con piacere questi interventi stranieri nell’area del Sud America, nonostante gli Stati Uniti abbiano indubbiamente ancora la supremazia sul territorio, anche da un punto di vista economico. Se durante il periodo della Guerra Fredda la Russia si muoveva più cauta in America Latina, dopo trent’anni, sembra che non abbia alcun disagio ad addentrarsi in un territorio che subisce storicamente l’egemonia statunitense.

Durante un’intervista fatta al professore di geopolitica Albert Hutschenreuter, egli affermava che vi è presenza russa in America del Sud, ma non va sovrastimata poiché vi è ancora la forte presenza degli Stati Uniti, sempre garanti di tutto il continente, in più c’è anche il colosso cinese presente in territorio sudamericano. Sempre Hutschenreuter, sosteneva che vi fosse una distinzione tra le relazioni russe e quelle cinesi con il subcontinente: la Russia cerca un tipo di rapporto che non sia soltanto commerciale, bensì potrebbe anche trattarsi di una strategia geopolitica in chiave anti-statunitense, invece dall’altro lato c’è la Cina che prevalentemente si occupa di relazioni economiche e commerciali.

La Russia, attraverso alcune mosse di apertura nei confronti dei governi meno legati alle amministrazioni statunitensi, si è ritagliata uno spazio di manovra sempre più ampio e in grado di condizionare anche le sorti di quella parte del mondo. Putin sa che in quella regione può giocarsi molto. È una sfida che il Cremlino ha deciso di giocare, soprattutto perché il suo inserimento serve anche a creare una sorta di spina nel fianco nella strategia americana. Gli Stati Uniti, dopo anni di assoluto controllo delle due Americhe, sanno di non poter dormire sonni eccessivamente tranquilli. E Mosca, con tecnologia militare, nucleare e accordi sul gas, può trasformarsi in una chiave fondamentale per comprendere il presente e il futuro del Sud America.

Russia e Cina, sono queste le due priorità dell’amministrazione Biden. Si tratta di veri e propri segnali lanciati alle principali potenze rivali, con situazioni interne a questi due Paesi che sono ormai note da tempo. Nel caso della Russia si sta parlando dell’arresto di Alexei Navalny, attivista politico avvelenato nei mesi scorsi, mentre per l’ex impero celeste non si può non fare riferimento a Taiwan. Le telefonate del nuovo inquilino della Casa Bianca stanno proseguendo a ritmo continuo, in particolare Joe Biden ha contattato Canada, Messico e Gran Bretagna, Stati con cui gli Usa vogliono rafforzare i rapporti, senza dimenticare il legame da potenziare con la Francia. Tornando a parlare della Russia, Washington ha chiesto espressamente a Mosca di rilasciare immediatamente ed in modo incondizionato Navalny, oltre a tutte quelle persone che sono in carcere “per aver esercitato i loro diritti universali”. La presa di posizione nei confronti di Pechino non è stata meno forte. La nota americana contro la Nazione asiatica non lascia spazio ad alcun dubbio: “Gli Stati Uniti osservano con preoccupazione i tentativi in corso da parte della Repubblica popolare cinese di intimidire i suoi vicini, inclusa Taiwan. Sollecitiamo Pechino a cessare le sue pressioni militari, diplomatiche ed economiche contro Taiwan. Noi saremo schierati con amici ed alleati per promuovere la nostra comune prosperità e sicurezza nell'area dell'Indo-Pacifico e questo include un rafforzamento dei nostri legami con la democratica Taiwan".

Sarà in grado gli USA a sopportare una guerra fredda da parte dei due fronti? Che nuovo programma avrà nei confronti di America Latina considerando che non sono nelle priorità della nuova amministrazione, sarà capace il nuovo governo Biden ad affrontare tutti questi problemi della politica esterna del paese, solo il tempo ci potrà dare una risposta.

Che cosa ci riserverà il futuro, non lo sappiamo, è come andare a vedere una finale dei mondiali di calcio e sperare che la squadra del cuore lo vinca.