Dice amaro Alberto Asor Rosa, filosofo e politologo: “E’ assai arduo definire cosa sia in questo momento storico la sinistra italiana. Dubito che esista una frazione del mondo politico odierno per la quale si possa usare la parola sinistra. Un de profundis ormai irreversibile”. 

Subito dopo la fine della guerra quando (con un discusso referendum) l’Italia si trasformò da monarchia in Repubblica, il PCI era un partito forte, che faceva paura a molti. Guidato da un Politburo con personaggi del calibro di Longo, Ingrao, Amendola e Palmiro Togliatti leader indiscusso, ideologicamente fedele dell’Urss, difensore di operai, contadini e delle classi meno abbienti, poteva contare sul 35% dei voti degli italiani. 

Erano gli anni della guerra fredda, Usa contro Urss, comunismo contro capitalismo, con l’Italia spaccata in due: a parte una costellazione di partiti minori, a reggere l’onda d'urto del fronte proletario c’era la DC, vincolata al Vaticano e Washington, impegnata a salvaguardare i privilegi della borghesia e dei capitalisti. Furono anni di scontri in piazza, rivalità politiche aspre, l’ideologia della sinistra sostenuto da intellettuali, cineasti e registi, scrittori e pittori, insegnanti e magistrati. Del resto la sinistra pro-sovietica di Togliatti, era in quegli anni il più forte partito comunista dell’Occidente non al potere.

Il Pci nella resistenza

Tutto era cominciato nel 1921, al congresso nazionale di Livorno del PSI, dove una costola di iscritti, sulla spinta di Antonio Gramsci, aderì alla scissione per dare vita al partito comunista: i socialisti erano per loro troppo moderati rispetto alla rivoluzione russa che, nel 1917, aveva acceso gli animi rivoluzionari e sembrava destinata a cambiare la storia del mondo.

Il neonato Pci aveva allora, come ideologia, quella di Mosca che si rifaceva alle teorie di Marx e Lenin. Pero’, nel 1926, e sino alla fine della guerra, con la dittatura fascista di Mussolini, il Partito Comunista venne sciolto (come tutte le altre forze politiche italiane) e costretto all’esilio per poi risorgere, sempre in clandestinità, con le brigate partigiane negli anni della resistenza. Ma questa è storia di ieri. Nella storia d’Italia, invece, per molti anni del dopoguerra la sinistra tornò in Parlamento più forte di prima, continuando a conservare potere (con finanziamenti segreti dall’Urss, con il sostegno dei comunisti francesi di Marchais e quelli spagnoli di Sebastiano Carrillo). Fino a quando, spodestando in parte la vecchia nomenclatura, a guidare il partito del popolo venne nominato segretario Enrico Berlinguer.

Il nuovo leader intuì che, per uscire dallo scontro destra-sinistra, bisognava imboccare una nuova strada: quella del compromesso storico. Cioè un’alleanza di governo Pci-DC che un leader raffinato come Aldo Moro non disdegnava. Ma quelli erano anche gli anni di piombo, delle Brigate Rosse e della lotta armata.

La svolta di Berlino

Ma la svolta storica che innesca il progressivo dissolversi della sinistra coincide con la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), e il successivo disfacimento dell’Urss. Pochi giorni dopo la caduta del Muro il segretario in carica, Achille Occhetto, intuisce che il vento della storia sta cambiando e trasforma il PCI nel partito della Quercia, più vicino alle idee socialiste: i fedelissimi storici si dissociano, i simpatizzanti si smarriscono, i voti sono in caduta libera.

Dall’iconografia del partito scompaiono i simboli della falce, del martello e della stella rossa. Sbiadiscono i miti rivoluzionari di Ho Chi Minh, Che Guevara, Salvador Allende. Dopo stagioni difficili e lo tsunami giudiziario di Mani Pulite - che mette sotto accusa anche le sinistre - l’ex Pci cambia ancora nome e filosofia. Dalla Quercia si trasforma in Ulivo (più socialdemocratico e sempre meno socialista), e arruola come leader, poi designato presidente del Consiglio, Romano Prodi. Un boiardo di stato che gli operai li aveva sempre frequentati, ma soprattutto combattuti. Un comunista di lunga militanza come Giorgio Napolitano viene nominato presidente della Repubblica. 

Del resto, con la globalizzazione, i tempi sono cambiati. Gli operai sono sempre meno e sempre più specializzati sulle nuove tecnologie, i contadini non sono più costretti a massacranti lavori nei campi perché nuove attrezzature hanno sostituito la loro fatica, le classi meno abbienti sono sempre meno abbienti, il proletariato si è imborghesito con il boom economico. Conti alla mano, il Pci vede dissolversi il suo elettorato di base. 

L’ultima rifondazione

Così, per non sparire dalla scena politica, il partito cambia di nuovo pelle rifondandosi nel PD, Partito Democratico dove politici di caratura se ne contano ancora. Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Dario Franceschini, ma la truppa di senatori e deputati sono un mix fra ex Pc ed ex DC riciclati. Tornati al potere con il Movimento 5 Stelle fino ai primi del marzo scorso quando il segretario in carica Nicola Zingaretti, in piena pandemia, ma dopo aver offerto il sostegno del PD al governo Draghi, rassegna le dimissioni denunciando l’interesse alle poltrone e quelli personali che avvelenano le strategie del PD.

Ora il PD, ancora supportato dal 20% dei consensi, è alla ricerca di un nuovo leader. Prima o poi lo troverà, di sicuro (si parla dei Enrico Letta). Quello che non si troverà più invece, come lamenta il professor Alberto Asor Rosa, sono le ideologie di un tempo. Lo spirito rivoluzionario, la lotta di classe, i diritti del proletariato, l’uguaglianza fra lavoratori e uomini. L’essenza della sinistra predicata da Marx e Lenin si è dissolta. Il sogno della classe operaia di entrare in Paradiso è ormai morto e sepolto. Giace ora nel cimitero dell’immaginario politico, dentro una tomba in fondo a sinistra.