L’Arco di Tito fu costruito dall’imperatore Domiziano nell’ 81 d.C. in onore di suo padre Vespasiano. È a suo fratello Tito, per le loro vittorie nella guerra Giudaica (66-70 ), che fu accolto in Trionfo al suo ritorno a Roma nel 71 d.C.

Con un’altezza di 15,40 metri, si trova sul piccolo monte della Velia sulla cima settentrionale del Palatino, nella parte ovest del Foro Romano.

L'iscrizione sull’attico, lato ovest, verso il Foro, reca la dedica del monumento da parte del Senato all'imperatore Tito (nato nel 39, imperatore dal 79 all'81), menzionato come "divus" e dunque posteriore alla sua morte e divinizzazione nell'anno 81.

«SENATUS POPULUSQUE ROMANUS ( SPQR ) DIVO TITO DIVI VESPASIANI F(ILIO) VESPASIANO AUGUSTO»

«Il senato e il popolo romano al Divo Tito Vespasiano Augusto, figlio del Divo Vespasiano.»

L'arco, formato da un'arcata unica, è rivestito con marmo ed è sorretto da quattro semi-colonne nei 4 lati. Si erge per un’altezza di 15,40 m, una larghezza di 13,50 m e una profondità di 4,75 m.

Di struttura più robusta rispetto agli archi augustei, è costruito con un paramento esterno in marmo, uno zoccolo in travertino e un nucleo interno in opera cementizia.

Nelle chiavi di volta sono raffigurate le personificazioni della Dea Roma e del Genio del popolo romano, mentre sull’archivolto le Vittorie alate, munite di stendardi, si librano su alcuni globi.

Sulle due facciate il fornice è inquadrato da semicolonne con capitelli compositi, che sorreggono una trabeazione ornata da un altorilievo con figure molto aggettanti. Vi è rappresentata una scena di sacrificio, nella tradizione del piccolo fregio dell’altare dell’Ara Pacis ma anche, per la disposizione delle figure secondo proporzioni gerarchiche, del fregio dell’Arco di Susa.

Due episodi del trionfo romano sono raffigurati su due grandi pannelli a rilievo, all'interno dell’arco, tra i ricchi cassettoni della volta, è una formella con Tito divinizzato portato in cielo da un’aquila: allusione alla sua apoteosi (divinizzazione dopo la morte).

Sui due lati del fornice troviamo due decorazioni: il corteo trionfale di Tito, seduto su una quadriga guidata dalla dea Roma e accompagnato dai senatori e dal popolo, mentre dall’alto la Vittoria alata incorona l’imperatore; l’ingresso del corteo nella Porta Triumphalis, che è raffigurata all’estrema destra, di scorcio.

Nella scena si vedono gli inservienti che avanzano coi fercula, le portantine su cui sono posti gli oggetti portati via dal Tempio di Gerusalemme (un candelabro a sette braccia (menorah), la tavola con i vasi sacri, le trombe d’argento) e le tabelle con i nomi di popoli e città sconfitti.

Il movimento procede lungo una grande curva convessa, che fa sì che le figure più a sinistra siano frontali, quelle al centro di profilo, quelle che già stanno entrando nella porta trionfale di schiena.

L’esistenza dell’arco si lega alla cerimonia del trionfo (triumphus), il più solenne riconoscimento tributato a un condottiero da parte del popolo romano.

Il passaggio sotto l’arco ha un significato ben preciso per il condottiero e i legionari: è un cambiamento di stato, è il ritorno ad una condizione di normalità dopo la guerra, una sorta di purificazione, un ritorno all’innocenza e alla pietas dopo le uccisioni e le stragi compiute.

L’importanza artistica dell’arco di Tito è data da una nuova concezione dello spazio, visibile nei bassorilievi. In essi le figure non sono poste tutte in modo parallelo al fondo ed emergenti da in piano perfettamente piatto. Qui le figure sono di un rilievo diverso e si dispongono lungo un arco convesso verso lo spettatore; invece il piano di fondo è concavo per dare l’illusione delle spazio reale con caratteristiche tridimensionali. Da notare anche la mescolanza fra personaggi reali e personificazioni allegoriche.

Il monumento è sopravvissuto in ottime condizioni perché nel medioevo venne inglobato all’interno della roccaforte dei Frangipane.

La strada all'epoca stava al disotto del livello antico, infatti i travertini delle fondamenta sono danneggiati dall'attrito dei carri che passavano. Nella metà superiore dell'arco fu nel medioevo costruita una stanza e per il suo pavimento furono sacrificati nella parte inferiore i bei rilievi figurati.

Sotto il pontificato di Sisto IV furono tolte la maggior parte di queste aggiunte. Come evidenzia l'incisione sull’attico dalla parte del Foro, esso fu ristrutturato nel 1716 dal pontefice Clemente XII, un pezzo però della torre medievale che sovrastava all'attico durò fino al principio del sec. XIX.

Quando nel 1821 furono distrutte anche le ultime parti medievali dell'arco, si vide che i piloni laterali erano assai danneggiati, per cui dovettero essere restaurati quasi interamente.

Il restauro dal papa Pio VII fu affidato al Valadier nel 1823 che lo eseguì con cura.
Le parti restaurate sono di travertino, e mancano di quelle ricche decorazioni che ornano le originali, e perciò facilmente si distinguono da esse.