Il sito è costituito dall'eremo detto "Rotonda di Montesiepi" e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, meta di flusso turistico, sita nella regione Toscana, a una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino.

La chiesa è un bellissimo e suggestivo esempio di architettura gotica cistercense, è perfettamente orientata, ha l'abside volta ad est, ed ha una facciata a doppio spiovente che dall'esterno fa capire la divisione spaziale interna, in questo caso a tre navate. La mancanza del tetto che evidenzia l'articolazione della struttura architettonica accomuna in questo l'abbazia a quelle di Melrose e di Kelso in Scozia, di Tintern in Galles, di Cashel in Irlanda, la di Eldena in Germania e il Convento do Carmo a Lisbona.

Con pianta basilicale era dotata di transetto. Il presbiterio era terminato da un muro rettilineo, interrotto da due tricromie sovrapposte sopra le quali era posta una grande rosetta circolare. Le arcate intersezionali portavano imponenti pilastri a croce con semicolonne racchiuse che penetravano e ritmicavano l’intero edificio e da cui passavano enormi passaporti inter-marziali, le volte non erano ancora dotate di costole.

Lo stile gotico si sviluppò nel nostro paese prima di tutto grazie ai monaci cistercensi, che non importarono la versione conosciuta nel Ile-de-France, ma una variante orientata sul tardo-romanico borgognone. Questo fatto comportò modificazioni di scarso rilievo nell’architettura italiana, tanto più che anche la volta a costoloni, elemento strutturale così importante nel gotico, era in uso nell’Italia del nord già all’inizio del XII secolo.

La struttura è a croce latina, i monaci eressero l’abbazia tra il 1224 e il 1288 nelle forme derivate dalle chiese del loro ordine in Francia, e l’edificio ebbe molta importanza per la diffusione del gotico nell’architettura toscana.

La facciata è incompiuta e presenta quattro colonne con aggetti per un portico che non fu mai eseguito. Ha tre portali con archi a pieno centro. Lungo i fianchi, i muri sono aperti da monofore e bifore ogivali: le colonnine di divisione sono andate tutte perdute tranne una. Nell’abside ci sono due ordini di monofore e due oculi, uno grande e uno piccolo.

L’interno, invaso dal prato, è molto suggestivo. Lo spazio è diviso in tre navate da sedici pilastri cruciformi con quattro colonne incastrate a un terzo. Le arcate sono a sesto acuto con doppio archivolto.

L’ariosa navata mediana, priva delle volte gotiche crollate, è completamente invasa dalla luce.
Sulla destra della chiesa si trova il Monastero, di cui rimangono: la Sala capitolare divisa in due navate da basse colonne, con portale ogivale, due bifore e tre monofore; la Sala dei monaci con soffitto a volte; un piccolo tratto del chiostro ad arcate su colonnine binate.

L’ Eremo di Monte Siepi e la spada nella roccia

Anche se può sembrare strano la Rotonda di Montesiepi è più antica della grande Abbazia.

Poco distante dall’abbazia, sul Monte Siepi, sorge la chiesetta che fu edificata tra il 1182 ed il 1185, sopra alla capanna sulla collina ove San Galgano visse il suo ultimo anno di vita, fu consacrato dal vescovo di Volterra Ildebrando Pannocchieschi con l'imprimatur di Papa Lucio III.

Esso fu concepito come un mausoleo perché custodisse la tomba del Santo e fosse preziosa custodia della roccia con la spada.
L’Eremo ci presenta una cappella a pianta centrale, rotonda, interrotta soltanto da una piccola abside. La cappella è sormontata da un’ardita cupola semisferica che, formata da anelli concentrici, crea l’illusione dell’infinito. Degni di nota sono gli affreschi di Ambrogio Lorenzetti ammirabili nel piccolo oratorio adiacente alla Rotonda.

Estremamente elegante, fatta di file di pietre bianche che si alternano con file di mattoni rossi.

La copertura è realizzata da una bella cupola semisferica a fasce cromatiche alternate, vedendola dall'esterno non si intuisce che la chiesa abbia una pianta sostanzialmente circolare ed un soffitto a cupola

È inoltre famosa per la spada nella roccia conficcata, secondo la tradizione, da San Galgano, che con questo gesto avrebbe ispirato la storia di Re Artù.

La leggenda narra che San Michele Arcangelo gli chiede Galgano di abbandonare la vita mondana che conduceva e di spogliarsi dei suoi beni materiali.

Galgano gli rispose che una simile richiesta era impossibile, come conficcare la spada nel mezzo della roccia, Galgano cercò di mostrare all'arcangelo ciò che stava dicendo, e non appena la spada entrò in contatto con la roccia, affondò e fu completamente saldata all'interno .

Galgano fu profondamente toccato da questo prodigio e a quel punto non ebbe più dubbi, quello era un luogo sacro e, come tale, meritava un'identità, una croce.

Lì in cima a una collinetta chiamata Montesiepi, egli conficcò la propria spada in una roccia apparendo così una croce perfetta a chiunque la guardasse ove si trova tutt’oggi rinunciando a una vita dedicata alla guerra e alla violenza, facendosi eremita.
Nel luogo dove c’era la spada nella roccia Galgano costruì una cella a mo' di romito era in legno e a pianta circolare, come quella della visione e sorgeva esattamente dove oggi c’è quella circolare fatta in pietra.

Il mito conteso

La storia di San Galgano di Montesiepi si costituisce per le sue caratteristiche assolutamente uniche, nato nel 1148 a Chiusdino e morto nel 1181, come attestano documenti ancora esistenti.
Le gesta di questo cavaliere, convertitosi in un eremita dopo aver infilato la spada nella roccia secondo la tradizione e aver rinunciato alla vita mondana, sono simili alle epiche e leggendarie avventure del Sacro Graal, della Tavola Rotonda e di Re Artù, che invece di infilare la spada, la estrasse per iniziare il suo lavoro come crociato. Tuttavia, proprio come la maggior parte della vita di Galgano è sostenuta da solide testimonianze storiche, quelle del leader britannico si perdono nel tempo offuscate tra miti e leggende.

Fù Geoffrey of Monmouth nel libro History of the Kings of Britain che iniziò a parlare per la prima volta, intorno al 1136 e in seguito rivista e ritoccata dall'autore nel 1147, della spada di Re Artù Excálibur. E necessario attendere fino al 1190 per l'apparizione di Matter of Britain ( ciclo bretone, o ciclo arturiano ), un insieme di scritto sotto forma di poesie e favole che cercavano di approfondire la leggenda dei Re Artù e dei suoi nobili cavalieri, si diffuse in Europa attraverso i narratori, che trovarono rifugio, soprattutto, alla corte dell’Aquitania.

Mentre nel poema dello scrittore francese Chrétien de Troyes, Lancelot ou le Chevalier de la charrette, intorno negli anni 1170-1180, per prima volta narrare del regno di Camelot che era la fortezza di Re Artù, o il romanzo sempre scritto da Chrétien de Troyes, Perceval ou le Conte du Graal, scritto tra il 1175 e il 1190 circa. Dove Perceval e un ragazzo di 15 anni che vive con la madre vedova che cresce in un mondo pieno di semplicità spirituale e purezza di cuore. Nel poema di Wolfram von Eschenbach il Parzival o Parsifal e alla ricerca di una umanità interiore migliore, superiore in qualità agli ideali di vita cortese che i cavalieri dell'epoca seguivano. Mentre quello di Robert de Boron che fu il primo autore a dare un'esplicita dimensione cristiana al Sacro Graal. e diede slancio agli altri personaggi (Merlino, Ginevra ...), sebbene nessuno si avvicinò alla realtà quanto gli studiosi di Galgano, la cui spada è stata dichiarata autentica dopo varie analisi scientifiche, condotte negli ultimi anni.

Comunque la spada di San Galgano, non è l’unica arma medioevale conficcata nella roccia in Europa. Ne esiste una molto simile a Rocamadour, è un comune francese situato nel dipartimento del Lot nella regione dell’Occitania, secondo il poema epico “La Chanson de Roland”. il paladino Orlando nella battagli di Roncisvalle, fronteggiò con la spada Durlindana in pugno un esercito di 100.000 saraceni per consentire a Carlo Magno e alle sue truppe di ripiegare in Francia. Durante questa battaglia mozzò la mano destra del re dei saraceni, e decapitò suo figlio.
A un certo punto, Orlando tentò persino di distruggere Durlindana pur di non farla cadere in mani nemiche, cercando di spezzarla su una roccia, però, non fece altro che aprire un crepaccio alto 100 metri nei Pirenei, una spaccatura oggi conosciuta col nome di "Breccia di Orlando". Secondo un'altra storia, lanciò invece Durlindana per sbarazzarsene, ma la spada si incastonò magicamente tra le rocce della città di Rocamadour, creando un crepa nella roccia. In quel luogo è tutt'ora presente una spada incastrata nella roccia, e sono in molti a credere che si tratti proprio della mitica Durlindana lanciata da Orlando molti secoli fa, ad oggi non ci sono prove concrete.
Tra le due spade quella di San Galgano secondo gli esperti di armi medioevali, oltre che per alcune analisi chimiche, risalirebbe effettivamente al dodicesimo secolo.